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this is a bilingual blog written by a single mom who is like many others but who somehow is also different :-)
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mercoledì 9 aprile 2014

EDS in piccolo #2 (o EDS del ><((((°> d'aprile in ritardo)

- mmm... senti, ometto, ti ricordi di quando ti ho raccontato della mia amica che ci fa scrivere le storie?
- ... (sguardo assai perplesso)
- ma sì, dai! e tu avevi inventato quella storia col rosso e le tre persone che parlavano...
- aaaaaah sììììììì! e allora?
- e allora, l'amica vuole che scriviamo un'altra storia. stavolta dev'essere una storia triste...
- (faccia contrita :-( )
- eh lo so. insomma, dev'essere una storia triste, e ci devono esser dentro il bianco e un pesce.
(la faccenda dei 3600 caratteri ero certa di poterla omettere a 'sto giro)
- ... mmm ...

"c'era una volta un pescatore che aveva moltissima voglia di pescare e allora ha preso la sua bellissima barca bianca ed è andato in cerca di pesci. e mentre era lì che guardava l'acqua e stava molto attento per vedere se di pesci ce n'erano, non si è accorto che però c'era anche uno scoglio e la barca ci è andata contro ed è affondata. [pausa] è una storia triste, no?"

- direi di sì. (rido sotto i baffi). ... ma, giusto per sapere, il pescatore annega o si rompe solo la barca e lui si salva? ...
- ... mamma, ma il pescatore deve proprio morire perché la storia sia triste? (faccia contrita :-( come sopra)
- uhm ... non credo. per esempio, per qualcuno potrebbe essere già triste per il solo fatto che si rompa la barca...
- ah. allora si rompe solo la barca e lui non muore.

:-D

tutto questo (anche) per dire che io il tempo e la concentrazione per partecipare all'EDS la balena non è un pesce proprio non ce li ho. e la voglia di scrivere una storia triste men che meno. e poi, mi pare abbastanza evidente che qui, a noi, le storie tristi proprio non ci vengono, eh? ce la caviamo senz'altro meglio con i ><((((°> ><((((°> ><((((°> d'aprile in ritardo, ecco.

domenica 2 marzo 2014

EDS in piccolo

- mamma, ma tu perché il computer lo usi poco adesso?
- perché tutto quello che uso di più ce l'ho sul tablet e sul cellulare e il computer lo uso solo se devo fare cose della banca, o qualcosa per l'ufficio...
- ma anche a te danno i compiti? tipo le schede o finire di colorare?
- no, però, a volte, faccio delle specie di compiti anch'io: c'è un gruppetto che si mette al computer per fare degli EDS, degli esercizi di scrittura...
- e come funziona?
- scriviamo dei racconti, delle specie di storie.
- ma storie come quella che abbiamo appena letto nel mio libro?
- no, non proprio... 
- e allora come?
- c'è una signora, che ci fa un po' da maestra e ci dice, per esempio: scrivi una storia in cui ci sia il colore rosso, mettici dentro tre personaggi e falli parlare tra loro. e noi ci inventiamo ognuno una storia e la scriviamo. (OK, ho omesso il peccato, non avevo voglia di dare spiegazioni...)
- ah. ho capito. tipo: 

"c'è un signore con un cappotto rosso che cammina, cammina e incontra un signore con le calze rosse. camminano insieme e parlano e poi, camminando, incontrano un signore con i pantaloni rossi e lui si mette a camminare con loro. e parlano, parlano, parlano e continuano a camminare, finché,  ad un certo punto, arrivano di fronte a una casetta rossa. e si fermano e parlano e poi dalla casetta rossa esce un cane che, quando c'è buio, sembra rosso."

- ... sì, più o meno così.

quasi, quasi il prossimo EDS lo faccio scrivere a lui...

martedì 18 febbraio 2014

la scatola verde

Mi ero lasciato cadere in quella che, fino a pochi giorni prima, era stata la sua poltrona. Il tonfo sordo che ne era derivato ricordava quello di un sacco di patate accasciatosi sull’asfalto dopo esser stato gettato in malo modo dal carretto dell’ortolano.
Sebbene il suo corpo fisico non fosse ormai più parte di questo mondo, ne avvertivo la presenza muta e ingombrante in mezzo ai suoi mobili e fra le sue cose, forse persino più di prima, come se tuttora si aggirasse per casa furtivamente e controllasse in silenzio le mie mosse.
Sul tavolino ai miei piedi campeggiava la busta che mi aveva consegnato diversi anni prima e sulla quale, con mano allora ancora ferma, aveva scritto a penna blu “Da aprire alla mia morte”. Il ricordo vivido del momento in cui mi aveva dato quella busta, della mia reazione brusca e di come mi aveva subito messo a tacere – io l’ipotesi che lei morisse proprio non la volevo prendere in considerazione – ora che invece la sua morte mi toccava accettarla, mi pareva si svolgesse davanti ai miei occhi come un cortometraggio amatoriale.
Tirai un lungo respiro e mi allungai per prendere la busta. La tenni fra le mani qualche istante e poi mi decisi a lacerarne il lembo superiore. Dal foglio bianco di carta spessa, i tratti decisi d’inchiostro blu mi vennero incontro, muti soldatini tutti messi belli in fila e disposti con grande rigore e pazienza. Non c’era nulla di affrettato nella grafia, che mi appariva anzi risoluta e decisa.

«Arturo, mio caro, se stai leggendo queste parole vuol dire che io ho ormai raggiunto un'altra vita. O un'altra dimensione. O comunque che sto proseguendo il mio cammino altrove e non più su questa terra. Ti conosco fin troppo bene e confido nel tuo amore per me per poter anche solo dubitare che questa busta sia stata aperta anzitempo. Così come son certa che sia tu, ora, a leggere queste poche righe e non qualcun altro. So che custodirai questa busta in un luogo sicuro e lontano da occhi indiscreti e mani curiose, senza nemmeno che io abbia bisogno di chiedertelo.
Quello che voglio dirti è molto semplice: nell’armadio grande della stanza degli ospiti, terza e quarta anta partendo dalla finestra, sul fondo, ci sono due grandi contenitori di stoffa a pois col coperchio. In uno ci sono i miei cappelli. Nell’altro ci sono sciarpe e guanti. In quello, sul fondo, c’è una scatola verde. Vorrei che, una volta finito di leggere questa lettera, tu la andassi a prendere e ne esaminassi il contenuto.
Ti basti sapere che dentro quella scatola c’è una parte molto importante e molto felice della mia vita. Non farti domande inutili, che non troverebbero risposta. Le risposte, Arturo, avrei potuto dartele soltanto io e, se proprio avessi voluto farlo, lo avrei fatto in vita e non certo attraverso uno scritto postumo. È che quelle risposte, in realtà, hanno senso solo per me. E per la mia anima. Se lascio che ora tu ti affacci su quella parte della mia vita sebbene come se tu potessi soltanto sbirciare attraverso uno spiraglio, è solo perché non voglio pensare di essermene andata senza che tu mi abbia conosciuto fino in fondo. O che tu creda che, nella vita, io abbia fondamentalmente solo sofferto. Non è stato così.
Sei libero di fare della scatola e del suo contenuto ciò che meglio credi. Tenerla o buttarla, in fondo per te, che non sei direttamente coinvolto, non dovrebbe fare alcuna differenza.
Solo due cose ti chiedo: rispetto e silenzio.
Non giudicare. Hai comunque in mano soltanto qualche misero frammento di quello che è stato qualcosa di molto vicino all’immenso. Ciò che troverai è la punta dell’iceberg. Tutto il resto è tuttora – giacché la mia anima conta di portarlo con sé ovunque lei sia diretta – dentro di me e di certo non lo si può spiegare.
E, ti prego, non farne parola con nessuno. Ammesso che oltre a me ci sia qualcuno al corrente di quella parte della mia vita, sarà stata una mia precisa scelta l’averla condivisa e sarò eventualmente stata io e io sola a scegliere con chi.
Mi fido di te, ora più che mai. E sono certa che la mia fiducia sia molto ben riposta.
Grazie.
Con l’amore immenso di sempre, mamma.
P.S.: se proprio ti vien da fare qualcosa, sorridi.»

Più che assalito dalla curiosità, ero frastornato e sbalordito, tanto che prima di alzarmi e dirigermi verso l’armadio, rilessi la lettera almeno tre volte, nella vana speranza di trovarci ad ogni nuova scorsa qualche elemento in più. Poi, finalmente, mi decisi.
Non dovetti rovistare a lungo tra i foulard e le sciarpe. La scatola verde era lì.
Era di un verde brillante ma di una tonalità inconsueta. Un verde come in giro se ne vedono pochi, insomma, tranne che forse in natura. Sembrava persino cambiare gradazione di colore a seconda di come vi arrivasse la luce. La scatola era di forma esagonale, ricoperta di morbida pelle, tanto da risultare liscia e piacevole al tatto. Non c’erano lucchetti, né chiusure. Era una semplice scatola con coperchio.
Tornai in salotto, accompagnato dalla muta presenza costante che, non avevo dubbi, mi stava seguendo con aria compiaciuta. Posai la scatola sul tavolo da pranzo ovale e, dopo aver inspirato a fondo, l’aprii.

Il giorno seguente, prima che gli addetti delle pompe funebri chiudessero la bara, chiesi di poter restare solo con lei qualche minuto. Essendo l’unico erede diretto nonché l’unico figlio, il permesso mi fu accordato senza problemi. Al mattino presto, quando ero arrivato e non c’era nessuno, avevo prontamente nascosto la scatola verde sotto al tavolino su cui era posato il crocifisso, giacché la spessa tovaglia di velluto porpora che lo ricopriva toccava terra e non lasciava intravvedere nulla. Rimasto solo, chiusi la porta alle mie spalle, mi chinai a prendere la scatola, la mostrai alla mamma, proprio come se lei potesse vedermi, e la infilai con cura nell’angolo destro in fondo alla bara, accanto ai suoi piedi. Dovetti faticare un poco per non farla sporgere, ma una volta tirato per bene il telo di raso che avrebbe fatto da eterno lenzuolo a quel corpo esanime, fui fiero di constatare che non si vedeva nulla.
Riaprii le porte, feci accomodare i signori che dovevano fare il loro dovere, diedi un bacio in fronte alla mamma, tirai su il telo fino a coprirla tutta e lasciai la stanza con passo deciso. Stampato in faccia avevo lo stesso sorriso sornione che – ne ero assolutamente certo – in quel momento, ovunque fosse, aveva anche lei.

questo racconto partecipa all'EDS 
insieme a:

Angela con Opera numero 1
Michele Azzeccagarbugli con La sciarpa
Melusina con Un mare d'erba
Hombre con O' nipote mascalzone
Io con La Prinz verde
Lillina con Fili spezzati
Calikanto con Onda verde
Dario con Consigli
Gabriele con Due distinti signori...
Pendolante con Cambiamenti cromatici
Il Pendolo con L’ego di Dio
Melusina bissa con Telefono casa
Melusina supera se stessa con Kate G.
 

martedì 21 gennaio 2014

la messa della domenica

È domenica mattina (si è svegliato già il mercato, direbbe Baglioni) e come tutte le domeniche mia madre mi ha tirato giù dal letto di buon’ora per mandarmi a messa. A me ‘sta cosa fa un po’ imbestialire, primo perché vorrei dormire, e di brutto. Secondo perché non capisco per quale motivo i miei a messa non ci vengano mai e ci spediscano soltanto me. Devo ammettere che potrei in effetti, volendo, dormire un’ora in più e andare alla messa delle 11.30 anziché a quella delle 10. Solo che tra il dormire un’ora di meno e la messa delle 11.30, il male minore è perdere il sonno. La messa delle 11.30 è uno strazio, ci vanno solo i vecchietti, la predica è eterna e i canti sono delle nenie. Almeno a quella delle 10 c’è il coro dei ragazzi con la chitarra, la predica dura quel tanto che basta e poi, se mi va bene, vedo Filippo. Fatto sta che mi alzo controvoglia, mi lavo la faccia e i denti, mi vesto e mi sistemo un po’ e poi esco per andare a suonare ad Angelica, che viene sempre a messa con me. Mal comune, mezzo gaudio, dicono. Anche se Angelica un filo più convinta di me lo è. Ma non ci vuole molto.

Arrivo di fronte a casa sua che lei si sta già chiudendo il portoncino alle spalle.

«ciao Selvaggia.»
«ciao Angi.»

Selvaggia non è un soprannome, mi chiamo davvero così. I miei sono riusciti a farmi battezzare per vie traverse dal secolare amico di famiglia (manco abbia vissuto tre vite e conosciuto i miei trisavoli), Padre Sabatti. Fosse stato per uno come Padre Alfredo, che storce il naso ogni volta che sente pronunciare il mio nome e ancora non si capacita di chi possa esser stato quell’eretico che mi ha battezzato davvero, mi chiamerei Genoveffa. O giù di lì.

«Che facciamo? Aspettiamo ancora un attimo? Tanto è presto…»
«Andiamo, va’. Che ad aspettar Filippo e i suoi, che magari poi vengono in macchina come domenica scorsa, finisce che arriviamo tardi noi. E Padre Alfredo annota tutto…»

Ci incamminiamo sul marciapiede in direzione della chiesa. È una calda mattina di aprile, il sole splende, gli uccellini cinguettano, e io cammino verso la messa decisamente malvolentieri. Che se manco vedo Filippo, allora tanto valeva davvero restare a dormire e sentirle su.

«Angi, tu credi che abbia senso tutto questo?»
«Tutto questo cosa, scusa?»
«Questo. Il fatto che io sia qui che cammino accanto a te in direzione della chiesa solo perché me l’hanno imposto… o perché l’idea di commetter peccato mi tormenta…»
«Guarda che sarei stata volentieri a dormire e peccare anch’io... »
«No, tu non puoi capire. Non vai a scuola dalle suore, tu. Voglio dire, tu puoi benissimo sapere che perder messa non rientra nei sette peccati capitali, eppure per Suor Clotilde lo è e non perde occasione per ricordartelo. Oltretutto quella donna ha una capacità di persuasione tale che finisci per crederci anche tu…»
«Pensi che senza Suor Clotilde io certe cose non me le senta dire lo stesso? Non hai sentito Padre Alfredo giovedì a dottrina?»
«Non c’ero giovedì a dottrina, ricordi? Ero a casa a studiare per la verifica di mate…»
« Chi non visita la casa del Padre commette un grande peccato! »
«Io visiterei più volentieri casa di Filippo. Lì sì che, almeno nelle intenzioni, il grande peccato lo commetterei davvero…»
«Scema…»
«A parte gli scherzi, Suor Clotilde va persino oltre. Lei dice che andare a messa senza prestare ascolto alla parola di Dio è come non andarci. Anzi, è persino peggio! In pratica pecchi due volte… io ci penso e ci ripenso, è più forte di me. E mi chiedo cosa ci faccio qui… E mi rimorde la coscienza di brutto. »
«Cosa ci fai qui? Posso ricordarti che ci dobbiamo cresimare il mese prossimo?... Oh Selvaggia, guarda. Filippo e i suoi stanno arrivando dal parcheggio…»
«Oh cavolo! E adesso che facciamo? Siamo praticamente davanti al portone? Con che scusa ci fermiamo qui fuori?»
«Niente scuse, tira dritto e entriamo. Punto.»
«Come entriamo? Deve entrare prima lui! Sennò io come lo scelgo il banco? Rischio di non vederlo e… lo so, lo so, se vado avanti così col piffero che Don Alfredo mi cresima a maggio… uff, va bene, entriamo…»

Prima di varcare il portone di legno mi volto e dò una veloce sbirciatina. Sì, stanno arrivando. Filippo indossa il maglione rosso che gli ho regalato al compleanno. Cioè, non è che proprio glielo abbia regalato IO, eravamo in gruppo. Ma io l’ho scelto, io lo sono andata a comprare e io gli ho dato il pacchetto alla festa. E poi sono talmente invasata che pensare che quello sia il MIO maglione mi pare il minimo che io possa fare. Per giunta il rosso gli sta benissimo e a me sembra che oggi sia persino più bello del solito. Fingendo totale indifferenza al suo arrivo, seguo Angelica all’interno della chiesa e mi accomodo al banco da lei prescelto, pregando (in chiesa si può ben pregare, no?) che Filippo scelga un posto dove posso vederlo…

Pochi istanti dopo siamo tutti seduti, la messa è iniziata e le mie preghiere sono state esaudite. I suoi hanno infilato dritti come fusi il banco di fronte al nostro. Sua mamma ci ha anche sorriso, e lui pure. Non siedono proprio di fronte a noi, siamo leggermente sfalsati. Io gioisco, non poteva andarmi meglio. Anche Angelica ha cercato di far commenti in proposito, ma l’ho zittita subito, che, vicini come siamo, finisce che ci sentono. E son rovinata. Oh là, son proprio contenta. Da qui ho una visuale perfetta. Vedo il maglione rosso e il suo viso di tre quarti. Certo, non posso mettermi a fissarlo duro, altrimenti con la coda dell’occhio mi sgama. Ma un’occhiatina ogni tanto mi riesce lanciarla senza problemi. E poi devo fingermi un minimo devota. Lui a quanto pare, a messa ci viene convinto, mica come me. E se mi tenesse d’occhio? Dalla posizione in cui si trova potrebbe farlo benissimo. Meglio che non sappia con che razza di peccatrice ha a che fare… Mentre penso a tutte queste cose, non ascolto una parola della messa e vedo volteggiare nell’aria cuoricini immaginari ma dello stesso punto di rosso del maglione, mi vedo già dentro al confessionale il prossimo giovedì:

«Padre, mi confessi, perché ho peccato...»
«Dimmi, figliUola…» Padre Alfredo quella U ce la mette sempre.
«Ho perso messa…»
«Ma come? E quando? Dall’ultima volta che ti ho assolto, io a messa ti ho sempre vista. Casomai potresti dirmi che hai perso dottrina, ma la messa mi par proprio di no...»
«Lei, Padre, ha visto solo il mio corpo. Il mio corpo era qui, ma io, in realtà, ero altrove… Pensi, per Suor Clotilde ho persino peccato doppio… »
No, non glielo posso dire. Qui davvero mi gioco la cresima…

Mi ripiglio dalle mie fantasie che siamo ormai giunti al momento cruciale: lo scambio del segno di pace! Quando Filippo ed io siamo seduti vicini, vado in fibrillazione mezz’ora prima solo perché devo dar la mano ai suoi ed anche a lui. E so già che le mie guance diventeranno rosse paonazze come il suo maglione, ma mica mi posso tirare indietro e non scambiar la pace! Con loro, poi! E allora, respiriamo profondamente e che pace sia.

«La pace del Signore sia sempre con voi.»
«E con il Tuo Spirito.»
«Scambiatevi un segno di pace.»

La prima a voltarsi è sua mamma. Ne intercetto la mano prima che lo faccia Angelica, che intanto si dedica a suo padre e a lui. Poi tocca a me dare la pace a suo padre, Filippo lo lascio sempre per ultimo, come una sorta di dulcis in fundo. Quando arriva il suo turno, mi allunga la mano, serio serio. Ma a me, che probabilmente ormai sono posseduta o poco ci manca, pare abbia gli occhi che ridono. Invece che col suo palmo, il mio entra in contatto con uno strano oggetto apparentemente di plastica e apparentemente più o meno quadrato. La sua mano spinge di proposito l’oggetto contro la mia ed io, che ormai vedo rosso (ma non è il maglione!), capisco che, qualunque cosa sia, devo tenerla, è qualcosa per me. Mi approprio dell’oggetto misterioso e, senza guardarlo, me lo infilo dentro la tasca dei jeans. Poco più tardi, mentre Angelica va a far la comunione con Filippo e tre quarti degli astanti, approfitto e lo estraggo dalla tasca per vedere cosa sia. È una galatina al latte. La mia caramella preferita! Potrei svenire per molto meno. E ho il cuore a mille. Lo cerco tra la folla, il rosso del maglione mi aiuta a identificarlo, si sta avvicinando a passo tranquillo, ma stranamente, sebbene si sia appena cibato del corpo di Cristo, non tiene gli occhi bassi come fanno le pie vecchiette devote. Guarda me dritta in faccia e sorride appena. Poi si siede, ma anche di spalle ho idea che stia sorridendo. Io a questo punto sono fuori di me e, poiché ho ormai perso qualsiasi speranza di ricordare anche solo una parola pronunciata nel corso di questa messa, prevedo che Suor Clotilde domani s’infurierà, ma me ne frego. Filippo mi ha regalato una galatina e io son troppo felice.

«La messa è finita, andate in pace.»
«Rendiamo grazie a Dio.»
Io rendo grazie anche un po’ a Filippo, se non ti dispiace, Dio.

Ci incrociamo per un istante sul sagrato, prima che loro si dirigano verso il parcheggio e giusto il tempo per un saluto fugace.

«Ciao Selvaggia, ci vediamo presto.»
«Ciao…»

E lì sento che le mie guance di nuovo avvampano facendo impallidire persino il maglione.
Poi Angelica ed io ci riavviamo verso casa. Lungo la strada lei parla, parla, parla, io ascolto sì e poi no. Ho la testa altrove, il cuore in volo e la mano nella tasca dei jeans stringe la galatina.

«Selvaggia, si può sapere che ti prende? Sei assente e taciturna… Non sei contenta che hai visto Filippo?»
«Scusa. È che sto pensando ancora a Suor Clotilde e alla faccenda di non seguire la messa anche se ci vai…»

Ecco, adesso ho anche mentito. Giovedì mi toccherà confessarmi, non ce n’è. Ho perso messa (anche se c’ero) e ho mentito alla mia migliore amica. Uff, di questo passo davvero non mi cresimerò mai…


questo racconto partecipa all'EDS rosso come il peccato de La Donna Camèl
insieme a :

  1. Melusina con Gloria mundi
  2. Dario con Lisa Borletti
  3. Dario con Turi Pappalardo
  4. Dario con Lucevan li occhi suoi più che la stella
  5. Gordon Comstock con Il peccato più grande
  6. Fulvia con Biancaneve
  7. Melusina con Red Velvet
  8. Hombre con Present continuous
  9. Angela con Pensiero stupendo - trilogia
  10. Gabriele con Cave cave deus videt
  11. Io Camèl con Vedo rosso
  12. Melusina con L'amore ai tempi dei nonni
  13. Pendolante con La confessione
  14. Melusina con Mille papaveri rossi
  15. Gabriele con Pesci bianchi, pesci rossi
  16. Michela con Apple
  17. Pendolante con Generazioni
  18. Lillina con Iago
  19. Cielo ccon il pantone, altro che rosso
  20. Calikanto con Tabarin
  21. Hombre con nove primi venerdì
  22. Melusina con I salami della Beppina
  23. Leuconoe con Sogno di un pomeriggio di mezzo autunno
  24. Il Pendolo con Il treno rivelatore
  25. Kernit il Rospo con Aspettando Geova






domenica 15 dicembre 2013

dissolvenza in nero



Da quando lei aveva abbassato le luci ogni cosa attorno pareva aver perso il suo colore originale. Il mio portafogli poggiato sul piano lucido della scrivania, le mie scarpe rimaste a metà strada sulla moquette, come se fossero incerte se andare o restare. Forse persino più di me. Il cinturino del mio orologio, che mi ero volutamente tolto subito per non guardarlo. Io che di tempo non ne ho mai ero lì a rubare il tempo a un altro tempo per concedermi del tempo per vivere. Ammesso che esistano le sfumature di nero, in quella stanza c’erano tutte. Io, almeno, riuscivo a scorgerle ovunque.

Avevo saputo che lei era in città quasi per caso. L’avevo cercata dove alloggiava di solito, invano. Prima che la delusione mi afferrasse e mi inducesse a pensare che doveva andare così, mi ero connesso al wifi dell’aeroporto e avevo imbastito una ricerca alla cieca scegliendo una decina di hotel in base alla tipologia degli stessi e appuntandomene il numero di telefono in fretta a penna sul tovagliolo di carta che mi avevan dato poco prima insieme al caffè, nero e bollente, come piace a me. Avevo trascritto i numeri talmente in fretta che pareva dovessero partire da un momento all’altro anche loro, povere schegge di inchiostro nero in fuga. Poi li avevo chiamati, uno ad uno, chiedendo in reception di lei, con la voce ferma e sicura di chi sa quel che fa, che dentro tremavo dovevo saperlo solo io. Nei primi sei hotel, mi avevano detto, desolati ma non troppo, non risultava alcun ospite con quel nome. Prima che la signorina del settimo mi mettesse in comunicazione con la stanza 224 – era stata involontariamente così gentile da fornirmi quella preziosa informazione in più – avevo già riagganciato.

Quattro ore dopo, giusto quanto mi ci era voluto per il volo, l’atterraggio, il recupero del bagaglio e della mia auto e il tragitto per arrivare in città, bussavo alla porta della stanza 224, pregando che la signorina della reception mi avesse detto il numero giusto. O di aver capito bene io, che con la testa non c’ero proprio e, per complicarmi la vita, avevo persino parlato l’idioma locale, che detesto ma capisco. O almeno credo. «Room service»  avevo detto, subito dopo aver bussato, mentre nella mia testa faceva capolino l’idea che lei potesse tranquillamente essere ancora fuori, dopotutto eran da poco passate le nove. E invece la porta di lì a poco si aprì ed io venni investito dalla sua risata schietta e da due occhi felici, probabile specchio dei miei.

Ne era seguito un mix di incredulità gioia amore follia brividi parole mani che si stringono occhi che ridono labbra che si ritrovano. Poi lei si era quasi scusata: «Lo so. Non sembro abbastanza sorpresa. È che sì, non ti aspettavo. Ma, sai com’è, in fondo, io ti aspetto sempre… ». Poi, mentre io mi liberavo delle scarpe e del resto, si era addentrata nella stanza, aveva abbassato le luci, sprimacciato il cuscino, spostato il libro dal letto al comodino e sintonizzato il canale radio sul jazz.

Fu allora che scomparvero i colori, cedendo il passo a tutto quel nero. Fu come se una mano invisibile avesse calato una cappa su ogni oggetto scuro ma normalmente dotato di altri distinguo cromatici, ammantandolo e annerendolo come fa il fumo della candela, quasi che tutto volesse armonizzare con quel poco che di nero davvero c’era in quella stanza: i suoi capelli e la sua lingerie. O piuttosto con il nero che, travestitosi da voce a martellarmi nella testa i suoi lo sai che non dovresti essere qui, tentava a forza di insinuarsi dentro di me, quando io sapevo benissimo di non voler essere altrove.

Il cubetto di cioccolata che lei mi mise in bocca poco dopo, staccandolo dalla tavoletta poggiata sul comodino, fu inaspettatamente bianco. Aveva la stessa dolcezza e la stessa consistenza liscia e chiara della sua pelle, che a me, seppur goloso impenitente, risultava persino più attraente. Mi ci tuffai.

Capii mentre l’amavo il perché di tutto quel nero. I colori, tutti i colori del mondo erano dentro di lei, come se lei li avesse assorbiti, anche se non mi era affatto chiaro come ciò fosse potuto accadere. Forse li aveva mangiati, pensai. Aveva aperto quella sua magnifica bocca e li aveva inghiottiti, uno ad uno. Tutti, tranne il nero che doveva invece avere omesso dal suo pasto – non so dire se volutamente o per distrazione – dal momento che era rimasto fuori. Per una frazione di secondo immaginai il cameriere in livrea che avevo incrociato in corridoio – era da lui che avevo preso l’idea di annunciarmi come room service – che, solo qualche ora prima, le porgeva su di un enorme vassoio d’argento una tavolozza di colori e le serviva la cena nel salone ristorante. L’immagine scomparve in un lampo, così com’era venuta. Lasciai che i suoi seni e la sua pelle le si sovrapponessero e mi riportassero al presente.

Poco dopo toccò a me riempirmi di colori. Il nero, ancora una volta, rimase fuori. Quello che aveva tentato di insinuarsi dentro era sparito nell’istante in cui lei mi aveva baciato, mettendo a tacere tutte le voci dentro la mia testa. No, davvero non volevo essere altrove. Semmai era lei il mio altrove. E ora che, mentre l’amavo, potevo viverla e fondermi con lei, sentivo il cuore e la vita e tutti i colori che lei mi regalava (o forse erano i miei che non sapevo più di avere e lei mi aveva soltanto aiutato a ritrovarli) pulsarmi dentro all’unisono, coautori di una sinfonia non scritta. Pensai ad alcune tele di Jason Pollock, imbrattate di schizzi di pittura policroma, e immaginai che la mia anima fosse diventata molto simile ad un suo quadro e poi, di nuovo, non volli pensare più a niente.

Più tardi, mentre mi rivestivo e mi accingevo a lasciare quella stanza – cercando di non pensare al dolore che comportava la sola idea di dover lasciare anche lei e di focalizzarmi su quanto ero stato bene – mi accorsi che gli oggetti intorno a noi erano divenuti ancora più cupi, prede silenziose della mano invisibile e del suo manto nero deputato ad avvolgerli. Persino il cinturino del mio orologio mi parve non aver più ripreso il suo colore originario, nemmeno dopo che lo ebbi rindossato.

Il bacio con cui mi congedai da lei quella sera è il mio ultimo ricordo a colori. Da che mi son lasciato quella porta alle spalle, per dissolvenza, tutto nella mia vita si è tinto di nero. E io, da allora, brancolo nel buio.

questo racconto partecipa (ma anche no) all'
insieme a :

domenica 10 novembre 2013

quelli degli EDS - EDS people

prendete un gruppetto di pazzi a cui piace scrivere e che, allo scopo, si aprono un blog (ma alcuni anche no). prendete una spingitrice di pazzi più pazza di loro che si apre un blog per spingere i bloggers a scrivere. prendete gli EDS, Esercizi Di Scrittura della suddetta e fateli diventare una sana abitudine, nonché un punto d'incontro virtuale per i pazzi blogger di cui sopra. prendete gli EDS e la pazza spingitrice e fatene un libro. prendete un errore di stampa in quarta di copertina volutamente mai più corretto e invece che dei blogger avrete persino bei blogger. e poi prendete una casa in centro a milano (splendida!), una padrona di casa di classe e di cuore, mettete la spingitrice alla testa del binario 10 ad aspettare con una teglia di lasagne e fate arrivare svariati treni dalle direzioni più disparate, da cui far scendere alcuni dei bei blogger di cui sopra muniti di cibo e vino sufficienti per sfamare un reggimento provato da una lunga carestia e saprete tutto ciò che avete bisogno di sapere in merito alla giornata odierna.

le parole, le risate, le emozioni non ve le racconto. me le tengo per me. vi mostro la casa, quella sì. vista  attraverso i miei occhi e e ri-vista attraverso il mio editor di foto.

ps: abbiamo mangiato talmente 'poco' che l'acronimo EDS è già stato ribattezzato Eventualmente Digeriremo Sabato.

© singlemamafranny - all rights reserved
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take a bunch of crazy people who like to write and who, on this purpose, opened a blog ( but some of them did not) . take a crazy people's pusher who is even crazier than them and who opens a blog to push bloggers to write. take the crazy pusher's EDS, the italian acronym for Writing Exercises and let them become a healthy habit as well as a virtual meeting point for the insane bloggers mentioned above. take both the EDS and the crazy pusher and make a book out of it. take a printing error on the back cover which hasn't then deliberately been corrected and instead of some bloggers you'll have beautiful bloggers. and then take a (gorgeous!) flat in the center of milan, a hostess with class and heart, put the pusher at the top of track 10 to wait with a pan of lasagna and let several trains arrive from different directions, let come down from those trains some of the beautiful bloggers with wine and food sufficient to feed a regiment tested by a long famine, and you will know everything you need to about today.

I'm not revelaing the words, the laughters and the emotions. I prefer to keep them for me. I'm going to show you the flat, instead. view through my eyes and
and re- view through my photo editor.

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